Giovedì senza CSI
Ascoltare E. mentre mi racconta della sua vita di coppia mi riporta violentemente indietro nel tempo. Sembra di sentir parlare me alle mie amiche. Le stesse recriminazioni, gli stessi pensieri. La stessa voglia di evadere da una routine opprimente. E in più; una figlia che cresce. E un marito.
Sarà l’età che ci ha portato a non essere più così tolleranti verso le mancanze altrui?
Dopo anni (ormai) di matrimonio si ritrova ad un punto morto. Non più disponibile ad accettare passivamente il comportamento del marito e a fare la brava moglie a casa ad aspettarlo.
Non è facile dare dei consigli. Tutto quello che posso fare e stare ad ascoltarla e darle indicazioni sul modo in cui io ho passato la crisi. Ma per lei non ci sono quelle cose che portano la valutazione tra i pro e i contro in positivo.
Avevo notato l’estate scorsa, in una delle rare volte in cui ci siamo incontrate con i rispettivi, che non aveva più la verve di un tempo e avevo provato a scuoterla un po’, memore della mia apatia appena superata, ma senza successo.
E’ proprio vero, bisogna arrivare fino in fondo per capire che bisogna risalire. E bisogna provarlo sulla propria pelle. E sentire quella necessità di fuga.
Qualche ora fuori dagli schemi della propria vita. E basta una cena e un incontro con amici in un locale in centro per far rifiorire una persona. Almeno per quel poco.
Ad un certo punto torna a galla la realtà. La figlia deve essere riportata a casa. Il marito, capito di essere arrivato al capolinea richiede la presenza. Ma non trova tolleranza.
